Cenni di Storia

Le origini
Del territorio dell’odierno Comune di Gazoldo degli Ippoliti è stata evidenziata la presenza di insediamenti umani risalenti alla preistoria, come testimonia il ritrovamento tra il 1878 e il 1879, in località Bellanda, di numerosi oggetti di bronzo e di una terramara.


La stazione palustre di Bellanda si trova a sud - est del paese e consiste in un piccolo promontorio detto dosso; la causa accidentale della scoperta fu la costruzione di una fornace, il cui scavo portò alla luce frammenti di vasi e un coltello di selce.
In occasione furono raccolti oggetti di selce e di bronzo, ossa di animali infrante e frammenti di vasi anche ad anse cornute, conservati al Museo Pigorini di Roma e al Museo Chierici di Reggio Emilia. Si trattava di una terramara nel senso più rigoroso del termine, con la sola differenza, rispetto alle terramare padane, che il deposito sembra essersi formato sull’asciutto. La terramara di Bellanda si presentava intatta e alla sua superficie non furono rinvenuti oggetti di età posteriore.
Se dopo le vestigia dei terramaricoli non è possibile provare la presenza continua di insediamenti umani sino in tempi storici, indubbiamente la vicinanza di Gazoldo ad una importante strada romana, la via Postumia, fa supporre l’esistenza di una mansio (stazione di posta) in epoca romana.
Si sa per certo che Gazoldo ed il suo territorio rientrano nella centuriazione triumvirale del I secolo a.C. ; il lamento di Virgilio “Mantua vae miserae nimium vicina Cremonae” ricorda, infatti, la sorte toccata a Mantova, che vide parti delle sue terre migliori ripartite fra i veterani di Augusto a causa della vicinanza di Cremona, i cui terreni, confiscati per il contegno tenuto durante la guerra di Modena, non furono sufficienti a compensare le aspettative dei numerosi assegnatari. In Gazoldo sono state rinvenute tracce romane, monete, resti di tracce di abitato, concretatisi in una muratura romana, tracce di una villa rustica.
L’ipotesi dell’origine germanica del toponimo Gazoldo induce a presumere una permanenza nel territorio, accanto a quello romano, di un substrato etnico longobardo che mantenne usanze e tradizioni e che spiega il rapporto terra - signore intorno al X – XI secolo.
L’inizio di un’autonomia giurisdizionale del territorio si può collocare cronologicamente intorno alla metà del X secolo, quando vi fu un indebolimento del potere centrale dovuto alla rivalità esistente tra i pretendenti al Regnum, il progressivo esautoramento del conte nelle circoscrizioni comitali, l’invasione degli Ungari, che provocarono l’arroccamento di molti centri abitati del contado, tutti motivi di decadenza delle antiche forme della organizzazione pubblica e di mutamento verso nuove unità territoriali.
In questo periodo si sviluppano nuovi organismi, curtes e castra in conseguenza della graduale scomparsa delle circoscrizioni minori del contado dotate di effettivo contenuto giurisdizionale e di funzioni pubbliche, fenomeno che innescherà una profonda trasformazione e darà l’avvio alla dispersione dei poteri giurisdizionali e al frazionamento della sovranità, portando alla formazione di quei nuovi organismi che richiameranno a sé l’esercizio dei poteri giurisdizionali.
Nel XIII secolo, dunque, si presupponeva già configurata una identità geografica della villa, a cui non poteva essere disgiunta anche un’identità giuridica.
Il trasferimento del possesso di Gazoldo dalla famiglia Mosio a quella dei Bonacolsi e da questi agli Ippoliti avvenne per via femminile; nel 1305, tramite il contratto dotale di Felicina Bonacolsi, Gazoldo entrava definitivamente nei possessi degli Ippoliti.

Gli Ippoliti
Gli Ippoliti appartengono ad una famiglia di antico lignaggio, le cui origini sembra siano da porsi intorno al 1000. Oriunda della zona di Roma, in quanto la tradizione ne fa capostipite un Ippolito, patrizio romano, sfuggito nel 976 alla tirannia dei Cinzi, ebbe i suoi primi possessi in Reggio. Un’altra tradizione invece vuole che al tempo di Decio o forse di Valeriano e Galliano, un cavaliere romano di nome Ippolito, capitano delle guardie imperiali, sostenesse con altre diciannove persone della sua famiglia il martirio per non abiurare la religione cristiana. A seguito di ciò i superstiti della famiglia del martire abbandonarono Roma per l’Italia settentrionale; la famiglia, pertanto, prese il soprannome del martire Ippolito.
Cresciuti in potenza gli Ippoliti si impossessarono di terre nella zona dell’oltre Po, a Novi e a Campagnola; nel secolo XIII possedevano beni nell’isola di Suzzara, dominio del vescovo di Mantova, ma territorio a lungo conteso tra i Comuni di Mantova e Reggio.

L’investitura.
Dopo il venir meno della signoria dei Bonacolsi, durante una delle discese in Italia dell’imperatore Carlo IV, gli Ippoliti, certamente con l’esborso di una cospicua somma, ottennero il privilegio dell’investitura, che con il titolo comitale, il dominio politico e la diretta dipendenza dall’Impero, poneva Gazoldo al sicuro da possibili mire dei Gonzaga. Con l’investitura avvenuta nel dicembre 1354 Gazoldo e il suo territorio venne eretto in feudo imperiale e gli Ippoliti ottennero il titolo comitale e la signoria di Gazoldo che manterranno sino all’arrivo delle armate napoleoniche (1796).
La natura del feudo imperiale trasferiva agli Ippoliti il potere politico, la completa giurisdizione, esercitata per delega imperiale, nella sua piena integrità, potere comprendente anche la più alta delle podestà, il diritto di comminare la pena capitale.

La parrocchia nullius dioecesis.
La particolare situazione giurisdizionale del feudo non poteva che riflettersi sulla condizione della sua chiesa, che, dalla erezione nel secolo XVI sino al 1803, fu considerata “ nullius dioecesis ” di giuspatronato della famiglia titolare del feudo.
Le radici di questa singolarità della chiesa di Gazoldo vanno ricercate nella prima investitura imperiale concessa dell’imperatore Carlo IV; nel documento si legge che il feudo di Gazoldo era situato “ in confinibus territoriorum civitatum Mantuae et Brixiae ”; in effetti Gazoldo si trova sul confine delle diocesi delle due città e proprio in ragione della sua particolare posizione giuridica, né mantovano, né bresciano perché dipendente direttamente dal Sacro Romano Impero, anche la chiesa venne considerta autonoma, cioè non dipendente né dal vescovo di Brescia, né da quello di Mantova, ma nullius dioecesis, dipendente cioè direttamente dalla Santa Sede, situazione fortemente favorita dagli Ippoliti che consideravano l’attributo “ nullius dioecesis ” conferito alla loro chiesa motivo di maggior lustro alla loro giurisdizione e al loro casato.
Soltanto nel 1803, con nota del 28 marzo del Prefetto del Mincio, il Ministero del Culto della Repubblica italiana comunicava alla curia vescovile di Mantova che il Ministro aveva respinto le “pretese immunità del parroco di Gazoldo” e che “col cessare della giurisdizione feudale e con l’incorporazione del territorio di Gazoldo alla Repubblica”, anche la parrocchia di Gazoldo veniva a far parte della diocesi mantovana.

La zecca feudale.
Nella secolare storia del feudo di Gazoldo l’affare della zecca è senz’altro degno di essere ricordato, perché fece balzare il piccolo feudo e i suoi titolari alla ribalta internazionale. Mentre, in precedenza, le vicende di Gazoldo, le controversie interne avevano interessato, oltre ai consorti, i più immediati vicini, con la faccenda della zecca e soprattutto con la produzione di monete adulterate gli Ippoliti riuscirono a far muovere le due massime potenze del tempo: Impero e Papato.
L’intervento dell’imperatore, sollecitato dalla diplomazia romana e mantovana fu netto e preciso; intimò la cessazione della coniazione illegale pena l’abrogazione dei privilegi feudali.

Il Comune.
Con il venir meno del feudo imperiale e con l’avvento dello Stato di diritto, anche in Gazoldo si era finalmente costituita una municipalità; dopo le lotte sostenute, soprattutto nella seconda metà del ‘700 contro i feudatari che avevano sempre osteggiato il formarsi di qualsiasi autonomia amministrativa, il Comune potè confrontarsi su di un piano di parità con gli antichi “ padroni ”.
Gazoldo aveva perduto le prerogative statuali che lo avevano caratterizzato sino alla fine del XVIII secolo, i beni feudali erano stati riconosciuti come proprietà all’ultimo feudatario il marchese Carlo Maria Ippoliti, dopo che gli era stata revocata la confisca del feudo e abolita la particolare giurisdizione. Superato il breve periodo napoleonico, che li vide legati al carro del vincitore dal quale ricevettero anche tangibili riconoscimenti, gli Ippoliti tornarono alla antica fedeltà verso quell’Impero, dal quale dipendevano, dal lontanissimo XIV secolo, le loro fortune. La famiglia si estinse a metà del XIX secolo.
Anche i censiti di Gazoldo, situato nella media pianura, subirono forti requisizioni, in quanto, la guerra, aveva provocato gravi danni per la quantità dei generi e dei denari consumati e per il profondo sconvolgimento recato alle attività economiche; inoltre aveva accentuato il fenomeno del banditismo e della criminalità diffusa.
La partecipazione di Gazoldo agli avvenimenti bellici del 1859 fu indiretta. Essendo molto vicino al teatro di guerra venne coinvolto da entrambi i belligeranti in una serie di servizi e forniture.
Nel 1866 la guerra toccò ancora Gazoldo, che fu testimone di uno scontro tra uno squadrone di Lancieri “ Foggia ” ed uno di Ussari del Wurtemberg durante il ripiegamento dell’esercito italiano sulla linea del Mincio all’indomani della sfortunata battaglia di Custoza; lo scontro, avvenuto in pieno centro abitato si risolse con la vittoria dei cavalleggeri italiani e può considerarsi un contributo dato dalla cavalleria italiana all’annessione di Mantova e del Veneto all’Italia.
L’episodio doveva segnare profondamente il sentimento patriottico del paese, poiché lo si ritrova citato spesso nella documentazione comunale; infatti, già nel 1867 una nota del Comune di Foggia dava notizia della coniazione di una medaglia commemorativa al merito del 4° Squadrone del Reggimento dei Lancieri, medaglia donata alle “ cento città d’Italia ”.

Un nuovo nome, un nuovo stemma.
Dopo l’unità il paese continuò la sua attività basata prevalentemente sull’agricoltura; furono apportate migliorie all’abitato con la creazione di una nuova piazza, di un nuovo cimitero; particolare attenzione fu posta da parte del comune all’istruzione con l’ammodernamento delle scuole; Gazoldo diede ancora il suo contributo di vite nella guerra 1915 – 1918; rivive nelle carte del Comune anche questo periodo di sacrifici, con la sequela dei nomi di orfani e di vedove che richiedevano sussidi e pensioni; e per ricordare i caduti gazoldesi fu proposta l’erezione di un asilo per l’infanzia ad essi dedicato con il contributo dell’intera popolazione; nel 1925 fu lo stesso re Vittorio Emanuele III ad inaugurare il monumento ai caduti eretto sulla piazza del paese e a visitare “ l’Istituto Orfani di guerra 1915 – 1918 ”, allogato nel palazzo Ippoliti, attuale sede del Comune, visita che restò memorabile nella storia di Gazoldo.
Gazoldo degli Ippoliti ha una popolazione di 2.550 abitanti; si trova nella pianura padana tra i fiumi Oglio e Mincio; dista 20 Km da Mantova, suo capoluogo di provincia. La comunità attraversa un momento straordinario di sviluppo economico e sociale; la trasformazione fondamentale è avvenuta a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, in coincidenza con la grande crisi del comparto agricolo e con il massiccio esodo dalle campagne. A tale fenomeno ha fatto riscontro la nascita dell’industria, che si è sviluppata esponenzialmente in pochissimo tempo.
Oggi operano in Gazoldo importanti industrie di respiro nazionale ed internazionale:
la Metallurgica Marcegaglia, azienda leader in campo internazionale nel settore della metalmeccanica, con 1110 maestranze in Gazoldo e la sede direzionale generale;
la Montana Alimentari, con 192 lavoratori, leader nazionale nel settore dell’alimentazione, facente parte del Gruppo Cremonini.
Altre industrie e un fiorentissimo artigianato di produzione e di servizi occupano complessivamente oltre 230 lavoratori.
Nell’ambito dell’agro–industria si segnalano alcuni grandi allevamenti di suini e un notevole allevamento avicolo.
L’agricoltura tradizionale è quella tipica dell’area padana con colture a frumento, mais, ortaggi vari, foraggi. Diffuso è l’allevamento dei bovini.
Negli ultimi anni si è consolidata la specializzazione della coltivazione del melone, che ha assunto un valore comparativamente prevalente, tanto da dare vita insieme ad altre aree del Mantovano ad un prodotto a denominazione tipica, per il quale per altro viene indetta una fiera annuale nel mese di giugno, con importanti effetti turistici e promozionali.

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